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Intervista a Elisabetta Bucciarelli. Parte 1

Giovedì 28 Luglio 2011, 18:53 in GialloNero di

Una lunga intervista con Elisabetta Bucciarelli a proposito del suo nuovo romanzo "Corpi di scarto", edito da Verdenero. Prima parte.

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L'aria da eterna adolescente e l'anima profonda di un vecchio saggio: Elisabetta Bucciarelli. Scrittrice che non ha bisogno di presentazioni. Ci siamo incontrate, per la prima volta, in una piovosa giornata milanese. Allora le chiesi cosa si provava a stare Dalla parte del torto, titolo del suo secondo romanzo. Ci siamo reincontrate a una presentazione di Massimo Carlotto, sempre sotto la pioggia. Alla fine ci siamo date appuntamento in un pomeriggio di sole per chiacchierare della sua ultima fatica: Corpi di scarto, uscito per Verdenero. Dalla storia di 4 personaggi che si aggirano dentro e fuori da una discarica, con Milano sullo sfondo, scaturisce una lucida quanto cruda riflessione sulla nostra società, con un focus particolare sui rapporti umani.

Parliamo dei 4 protagonisti.
Quello che a me interessava era raccontare 4 personaggi che fossero l'ipotesi di uno sguardo diverso sul nostro contemporaneo. Soprattutto sulle rovine, le scorie, le macerie del nostro contemporaneo. Non sono metafora ma reali.
Saddam è un turco reso zoppo dalla poliomelite, Iac è un ragazzino adolescente che decide di andarsene di casa e sceglie come luogo elettivo la discarica, Lira Funesta è figlio di una madre e di una sorella iperprotettive e super controllatrici e non ha ancora capito bene dove deve stare ed è quello, forse, più a rischio psicologicamente e umanamente, Argo è un extracomunitario con permesso di soggiorno.
Sono 4 personaggi molto reali all'interno di una storia molto simbolica.

La città sullo sfondo è Milano, anche se immersa in un'atmosfera surreale.
Non volevo condizionare la storia all'interno di una città ben definita. Data la quantità di rifiuti poteva essere Napoli ma doveva essere una città del Nord, così ho deciso di non nominarla. I riferimenti, invece, sono reali come la fiera di Senigallia. Ci sono dei frammenti di Milano disseminati ma la discarica potrebbe trovarsi da tutte le parti.

Con la globalizzazione anche il degrado è stato globalizzato: la discarica a Milano come a Napoli come a Rio de Janeiro?
La discarica a cui io pensavo quando ho scritto questo libro era proprio una discarica che sta in Sudamerica, racconatami da un'artista del posto, Silvia Levenson che tutt'ora mi ragguaglia in merito: all'imbrunire questa discarica si riempie di catadores, cercatori di oggetti.
E' paradossale ma la discarica è uno dei segni maggiori della globalizzazione. Mai come in questo momento i rifiuti fanno chilometri e chilometri, transmigrano quasi come gli umani, da un paese all'altro, clandestinamente, in modo illegale o legale. E' un flusso continuo di scorie, rifiuti, di cose che rimarranno lì ad eterna memoria.
La discarica, per i catadores, diventa un punto di partenza, una risorsa di cui nutrisri, senza quell'abbrutimento che abbiamo noi.

Adesso, in un momento di crisi...
...In un momento di crisi, mi è capitato al semaforo, l'altro giorno, a Milano, di vedere due signori anziani, dignitosamente vestiti, che frugavano in due cestini dell'immondizia di fianco al supermercato. Queste sono scene che ti fanno pensare allo spreco a cui siamo, ormai, abituati, al fatto che non riusciamo più a mettere a frutto tutte le risorse che abbiamo. Però, anche la scoria, il rifiuto, lo scarto devono essere considerati la nuova base da cui ripartire. Per questo una discarica che sia un luogo immaginifico da cui poter partire con un viaggio mentale che solo 4 adolescenti possono fare, però.

Gli abitanti della discarica hanno molta dignità e una grande voglia di normalità, sfatando lo stereotipo del soggetto ai margini della società perché vive nel degrado. Come controparte c'è l'anormalità della famiglia Mito.
E' la rivalutazione della parola normalità. C'è sempre una sorta di prurito davanti alla parola normale che va allontanata. C'è l'originale, quello che si differenzia. Con questo libro cerco di speigare che quello su cui bisogna lavorare sono i punti di contatto. Quello che ci rende simili, uguali, dunque normali agli altri. Ed è questo quello che tentano di fare i ragazzi all'interno della discarica. Non tanto l'omologazione, come la famiglia Mito, l'latra storia che corre parallela, arrivare fino all'estremo delle fattezze simili alle altre. Labbra, naso tette, poco importa purché ci si riesca a confondere ma allo stesso tempo essere parte di un gruppo.
I ragazzi, invece, cercano quella normalità che unisce, sulla quale si può costruire. Una normalità affettiva, di gesti, di silenzi e anche di oggetti. Quegli oggetti scartati che per noi sono, normalmente, da buttare diventano l'eccezionale ma che rende uniti all'interno della discarica.
Quindi il recupero di una parola, come marginale o scarto, che deve riprendere il suo valore. Scarto è qualcosa che non mi serve più ma è anche lo scarto di differenza forte che mi rende, in questo caso, diverso dalla norma, quindi con un immaginario autonomo originale. che è anche quello che tentano di costruirsi i ragazzi della discarica.

(2°parte/3°parte/4°parte)

(Photocredit)

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